lunedì 26 agosto 2013

I FLORIO

Cap.V Le prime difficoltà

Padiglione Florio Esposizione Internazionale di Milano 1906 Arch. E. Basile
 Nel 1896, con le dimissioni di Crispi, il commissariamento della Sicilia e il successivo avvento di Giolitti cominciarono anche i guai per i Florio.Nella città di Palermo che si impoveriva sempre più, si aggiunse il problema della disoccupazione. Da questa necessità nacque il progetto, caldeggiato da Ignazio Florio, di costruire un cantiere navale. Ma, come vedremo, questo grande progetto non riuscirà a risollevare le sorti della Sicilia, come se l’isola soffrisse di un deficit politico e morale. Nel 1899 i Florio furono costretti a sottoscrivere un’ipoteca sulle isole Egadi, cominciando a subire i colpi della crisi di tutto il sistema industriale. Anche se l’azienda restava sana, anche se le Tonnare erano due gioielli, l’indebitamento progressivo nei confronti delle banche impose la dismissione di alcune aziende. Ormai la situazione finanziaria dei Florio precipitava di giorno 
giorno, sino a convincere a fine 1908 la banca milanese, del cui CdA peraltro il commendatore Ignazio faceva parte e continuerà ancora a far parte almeno sino al 1925, dell’opportunità di intervenire, per evitare il rischio che le loro azioni finissero ad acquirenti di scarsa potenzialità finanziaria ed estranei al gruppo ed agli interessi che fanno capo alla Navigazione Generale Italiana», con grave turbamento del mercato e della vita stessa della Ngi, che era tra i suoi principali clienti. Impose perciò a Casa Florio di cedere «alle Società di navigazione “La Veloce” e “Italia”, affiliate alla Navigazione Generale Italiana, l’intero lotto di queste azioni, pari a un valore di circa 12.800.000 lire. Ignazio Florio non poté rifiutarsi di accettare, conservando il diritto di riscatto da esercitare entro il 10 maggio 1909 a un prezzo di lire 425 cadauna (lire 13.260.000) oppure entro il 10 novembre successivo a lire 440 cadauna (lire 13.728.000), ma il suo entourage considerò l’operazione un vero e proprio colpo di mano e il suo legale, l’avvocato Giuseppe Marchesano, giudicò “usuratiche” le condizioni, “ledenti gli interessi morali e materiali dei Florio”, i quali indebitati com’erano mai avrebbero avuto la possibilità di riscattarle. Per Webster il comportamento della Banca Commerciale verso Casa Florio (larghe aperture di credito e successiva acquisizione delle azioni Ngi di proprietà Florio) era motivato dalla volontà di «unificare tutte le compagnie marittime addette al servizio postale sovvenzionate dallo Stato e controllate dalla Navigazione Generale, onde negoziare nuovi sussidi con il governo da una posizione di forza corrispondente in pratica ad una sorta di monopolio
 La cruda verità è che i Florio non riuscirono veramente trasformare l’economia della Sicilia e a permetterle un decollo competitivo con il Nord. La Sicilia in linea di massima rimaneva sottosviluppata e priva di infrastrutture essenziali. Prime tra tutte le ferrovie. La Fonderia Oretea era certamente l’officina più attrezzata e moderna dell’isola, ma dopo l'unificazione d'italia non resse il confronto con quelle italiane. Il suo decollo avvenne non perché trainata dalle richieste del mercato interno ma perché essa operava come officina delle navi dei Florio. In Sicilia mancava il mercato e non potevano essere i Florio a crearlo da soli.

Il declino

 Il ricordo dell'epopea dei Florio continua ad esercitare un fascino irresistibile in Sicilia. Per l’immaginario collettivo siciliano e meridionale in genere, i Florio da tempo sono entrati nella leggenda e nel mito. Rappresentano gli uomini simbolo delle capacità imprenditoriali del sud, quel tempo, sempre nostalgicamente rievocato, in cui anche al sud fiorivano iniziative industriali vincenti. E come scrive Maurice Aymard, la vicenda dei Florio è stata identificata “con quella della Sicilia pre e post-unitaria, cioè la Sicilia delle grandi speranze, delle attese frustate e delle illusioni perdute… Questo incontro fra un destino familiare e quello dell’isola dà forza e durata al mito che essi incarnano o che sono incaricati di incarnare”.

domenica 25 agosto 2013

I FLORIO

Donna Franca Florio 1903
Cap.IV  L'interesse per l'arte e la cultura

La famiglia Florio lasciò una impronta di sé anche nel mondo dell’arte. Essi avevano capito che la Sicilia possedeva da secoli una grande capacità artigianale e manuale e pensarono di farla rivivere. Naturalmente hanno avuto la fortuna di incontrare architetti come Damiani Almeyda e Ernesto Basile ed è con questo architetto che il legame si concretizza con realizzazioni architettoniche all’unisono con l’art nouveau europea (le più importanti sono il villino Basile, committenza di Vincenzo Florio, e Villa Igea). E' proprio nella villa Igea e nel villino Florio, che si realizza una formidabile convergenza fra architetti, maestranze, decoratori, pittori, scultori, che parla il linguaggio internazionale del modernismo. E poiché in quel periodo Palermo era ancora una città in cui ci si curava per il clima loro ospitarono la crema della buona società europea e anche famiglie regnanti come i reali d’Austria e di Russia e, naturalmente quelli d’Italia. Ignazio junior e la sua bellissima consorte Franca, figlia del barone di San Giuliano Pietro Jacona e di Costanza Notarbartolo vivono infatti da protagonisti il periodo della Bella Epoque.

 Donna Franca è il prototipo di donna che coniuga l’ideale estetico di eleganza con il gusto della famiglia. E’ un punto di riferimento nei salotti della mondanità mittleuropea. Si divide tra i salotti delle palazzine del periodo liberty palermitano, attirando su di sé, per il suo fascino e bellezza, gli apprezzamenti del Kaiser Gugliemo II, spesso ospite alla loro villa dell’Olivuzza, e di Vittorio Emanuele III.

 I Florio fondarono alcuni dei più importanti teatri lirici del mondo come il teatro Massimo e il teatro Politeama. Questi teatri ebbero il merito di convogliare nella città turisti colti che andavano alla ricerca delle novità liriche che a quei tempi, grazie ai Florio, si facevano a Palermo. La cosa interessante per Palermo in quegli anni è che si sviluppò un sistema dell’arte. I Florio contribuirono in maniera significativa a innestare e coadiuvare questo sistema. In città si svilupparono dei circoli di conversazione in cui l’intellighenzia, gli imprenditori, i borghesi e anche gli uomini dell’amministrazione che ne facevano parte cercavano di promuovere il dialogo fra arte e industria e arte e istituzioni pubbliche.
Manifesto dell'esposizione del 1908
L’Esposizione Nazionale del 1891 fu uno dei grandi motori dello sviluppo urbanistico della Palermo borghese, moderna. L’Esposizione ebbe altresì l’ambizione di qualificare definitivamente l’immagine imprenditoriale e moderna della Sicilia. I Florio erano molto attivi nella promozione, nella discussione, ma anche nel far circolare queste idee e nel farle entrare in maniera produttiva nel loro sistema. Florio nella Palermo di fine Ottocento, inizio Novecento erano di gran lunga il potentato economico più importante, erano un po’ i padroni della città perché erano i più ricchi, i più potenti per relazioni politiche e anche i più moderni”. Ignazio già negli anni Ottanta aveva già puntato molto su una banca e su un uomo politico. La banca era il Credito mobiliare italiano e il Banco Florio diventò la Filiale del Credito Mobiliare. L’uomo politico era Francesco Crispi che sicuramente si legò alla fortuna dei Florio negli anni Ottanta quando la Navigazione Generale poté utilizzare le convenzioni marittime e dunque le laute sovvenzioni dello Stato per espandere le linee di navigazione. I Florio avevano la grande capacità di rappresentare i loro interessi e li rappresentavano come gli interessi della Sicilia e con questo godevano anche di grande prestigio perché sostenevano che se loro andavano bene andava bene la Sicilia.

sabato 24 agosto 2013

I FLORIO


Cap.(lll)  I Florio ed i trasporti marittimi

Villa Florio, Viale Regina Margherita alla Ziza Palermo (Arch. E. Basile


 La svolta vincente per i Florio, come abbiamo già detto, è legata allo sviluppo della navigazione a vapore: Vincenzo e il figlio Ignazio colgono l'onda della modernizzazione e creano una flotta, che consente a Ignazio di collocarsi ai vertici dell'high-society internazionale. Importante fu l’incontro fra Benjamin Ingham ed il giovane Vincenzo Florio, che favorì la realizzazione di alcune iniziative sul piano commerciale ma anche su quello industriale, tra le quali ricordiamo la già citata costituzione della Società dei Battelli a Vapore siciliani. La società assicurava il collegamento tra Napoli, Palermo e Marsiglia e tra i diversi porti della Sicilia. L’incontro con Ingham ebbe notevole importanza anche per l’economia siciliana in generale. Con l'Italia unitaria nasceva anche l'esigenza di una rete di collegamenti adeguati alla nuova realtà.  Ciò spinse Vincenzo Florio a costituire la "Società in Accomandita Piroscafi Postali", che godeva di una convenzione in denaro con il governo nazionale, che gli affidò i servizi attorno alla Sicilia, verso Genova, verso Napoli e verso Malta.
Le navi, inizialmente 6, già nel 1877 erano diventate diventate 41. Attorno al 1880 i Florio iniziarono il servizio verso il Nord America e iniziò anche il trasporto degli emigranti; questo servizio fu visto molto bene dalle autorità americane e il prestigio internazionale dei Florio aumentò sempre più. Il problema dei trasporti marittimi era cruciale all'epoca ed il potere politico favorirà nel 1877 l'acquisizione da parte della "Società Piroscafi Postali", a prezzi di bancarotta, tutto il materiale della "Trinacria", altra grande compagnia di navigazione. A concorrere con la compagnia dei Florio rimaneva dunque solo la "Rubattino" di Genova; ma nel 1881 queste due società, si fonderanno dando vita alla compagnia della "Navigazione Generale Italiana" (Ngi) che ebbe il monopolio dei collegamenti marittimi. Dalla fusione di questa società con la Citra nascerà ai primi del '900 la compagnia Tirrenia.


La nascita della Navigazione Generale rispondeva ad un'esigenza avvertita in tutti gli ambienti, dal nord al sud della Penisola: creare una sorta di monopolio che potesse competere con le grandi compagnie straniere di navigazione già presenti nel Mediterraneo. In verità, all’appuntamento dell’81 Florio è molto più pronto e potente di Rubattino, ed attorno alla Navigazione Generale Italiana Ignazio Florio riesce a costruire un sistema imprenditoriale diffuso che fa capo soprattutto alla grande produzione enologica, ai vini e alla realizzazione delle tonnare delle Egadi. Questa sarà l’azienda che fino alla fine costituirà un cespite attivo. Sempre sotto il patrocinio di Vincenzo Florio sorse a Palermo la "Fonderia Oretea", moderna industria metallurgica che doveva essere complementare alle esigenze della sua flotta. A coronamento delle imprese produttive non gli mancarono conferimenti di cariche istituzionali sia nel Regno delle Due Sicilie che, successivamente, nel Regno d'Italia. Riuscì inoltre a far parte del Consiglio Superiore della Banca Nazionale del Regno, la più importante autorità economica del tempo. La fortuna che alla sua morte, avvenuta nel 1868, lasciò a suo figlio Ignazio (senior) fu valutata nell'astronomica cifra di L. 300.000.000.


Ignazio Florio junior

Ignazio senior sposò la baronessa Giovanna D'Ondes, da cui ebbe 4 figli: Vincenzo (morto a meno di un anno dalla nascita), Ignazio junior, Giulia e Vincenzo destinato ad essere l'ultimo esponente dei Florio. Il raggio d'azione e il volume di affari della famiglia Florio era destinato ad allargarsi così come divenne sempre più profonda la loro impronta sul costume, sulla cultura e l'economia del tempo. Ignazio (senior) creava industrie dotate di moderni servizi per gli operai, costituiva un assistenziale Istituto per ciechi, iniziava la costruzione del futuro teatro Massimo.

venerdì 23 agosto 2013

I FLORIO

(Cap.ll)  L'ascesa

Fra le iniziative destinate ad aver maggior fortuna vi sarà la costruzione di uno stabilimento per la produzione di vino "Marsala", in concorrenza con le famiglie inglesi che già operavano nel settore, come i Woodhouse e gli Ingham. L’inserimento di Vincenzo Florio nel mercato del vino, nel 1834, è un momento importante sia per la storia della famiglia sia per la storia del vino Marsala; intanto rispetto agli altri mercanti inglesi, la scelta di Vincenzo Florio è di rivolgersi soprattutto al mercato nazionale più che fare la concorrenza, che sarebbe stata persa già dal nascere, a Ingham che aveva il predominio del mercato americano o ai Woodhouse che avevano il predominio del mercato del Nord Europa. Le cose cominciano a cambiare sensibilmente nella seconda metà dell’Ottocento quando Vincenzo Florio e il figlio Ignazio investono sempre di più nell’azienda per modernizzarla. Nelle loro cantine si realizzerà il primo impianto di imbottigliamento meccanico ben prima che non alla Ingham o alla Woodehouse. L'attività intrapresa si rivelò un ottimo affare ed il prodotto si assicurò un vasto mercato. Altra iniziativa proficua si rivelò l’affare delle tonnare. Nell’ottobre del 1841 i Florio legano il loro nome alle isole Egadi, prendendo in gabella dai Pallavicino e Rusconi le antiche tonnare di Favignana e Formica per un periodo di diciannove anni.

 I Florio, come molti altri imprenditori, meridionali e settentrionali, ebbero una forte spinta dopo il
Locandina Targa
Florio
1860, non a caso la borghesia e l’imprenditoria dettero una mano, non solo metaforica, all’impresa garibaldina, confidando nella nascita e nello sviluppo di una moderna industria. Nel 1874 il figlio Ignazio senior acquisterà interamente le isole Egadi pagando la cifra di 2 milioni 750.000 lire alla famiglia Pallavicino. I Florio trasformarono l’industria conserviera del pesce in un’impresa mondiale. Con la costruzione dello stabilimento Florio a Favignana realizzarono il più moderno e importante complesso industriale di lavorazione e conservazione del tonno esistente nel Mediterraneo.
 Ignazio interviene inoltre, a partire dagli anni Settanta, in provincia di Caltanissetta con alcune attività di lavorazione dello zolfo e dà l’avvio a tante altre attività nel campo dell’industria chimica, della produzione di porcellane e ad un corollario di attività minori correlate. Ma l’attività dei Florio non si ferma qui. Banche, alberghi, editoria, una gara automobilistica: la Targa Florio che fa conoscere all’Europa intera i paesaggi selvaggi e dolci delle Madonie.

giovedì 22 agosto 2013

I FLORIO

Vincenzo Florio

(Cap.I)  L'ascesa   


Quando si parla dei Florio il pensiero corre subito alle feste, ai ricevimenti, al lusso, alle corse automobilistiche e soprattutto alla decadenza di questa Famiglia, ma l’epopea dei Florio non è solo la cronaca degli ultimi ruggenti ma disastrosi anni ma è soprattutto la storia della crescita costante delle fortune di una famiglia di imprenditori che ha inizio a fine settecento e che copre più di un secolo di successi prima di conoscere il tracollo finanziario e la fine della dinastia. Ma a noi meridionali piace ricordare soprattutto le sconfitte, amiamo molto il rimpianto e tendiamo a dimenticare le storie belle e costruttive che per quasi un secolo e mezzo hanno segnato il successo di una famiglia che ha dato lavoro e benessere a tante altre famiglie. Tutto ha inizio con Tommaso Florio a metà Seicento in Calabria, a Melicuccà, e poi a Bagnara, dove il figlio Domenico e il nipote Vincenzo, qui trasferitisi, esercitano il mestiere di fabbro. L'ascesa comincia con Paolo e Ignazio, figli di Vincenzo. A spingere i Florio sul mare fu probabilmente Paolo Barbaro, genero di Vincenzo Florio, che strappò Paolo al destino di “scalco” accogliendolo come socio nella sua attività di “ambulante” del mare che girava per i porti del Tirreno commerciando. Tra il 1800 e 1801 Paolo però, chiamato a sé il fratello Ignazio, si stabilisce definitivamente a Palermo: i due aprono un piccolo negozio in via dei Materazzai e si dedicano per alcuni decenni al redditizio commercio delle spezie e merci rare, all’affitto e successivo acquisto di qualche tonnara sul litorale palermitano ed al prestito al “cambio marittimo”.“cambio marittimo”.
Ignazio Florio senior

 Il salto di qualità avvenne con Vincenzo, figlio di Paolo. Ormai la famiglia si era notevolmente arricchita e Vincenzo ebbe la possibilità di acquistare alcune quote dello “Brick-Schooner” Santa Rosalia e, approfittando dei trattati di pace e di commercio tra il governo borbonico ed i governi algerini, tunisini e di Tripoli, estremamente vantaggiosi dal punto di vista doganale, cominciarono ad incrementare gli introiti e ad acquistare altre imbarcazioni, che già negli anni trenta dell’Ottocento formavano una discreta flotta che toccava i porti di New York, Boston, Londra, Liverpool, Marsiglia e Genova da dove per conto della Casa Florio importavano a Palermo manifatture, zucchero, cera, pellame, droghe, rum, catrame, ecc. ecc. Tutto ciò, insomma, che poteva trovare un mercato in Sicilia. La destinazione finale erano tuttavia i mercati orientali da cui importavano le "droghe", cioè le spezie, da ridistribuire nel mercato italiano. In pochi anni la ditta si trasforma in una holding: dal commercio all'attività finanziaria, dalla pesca del tonno alla produzione vinicola e zolfifera. Il talento economico di Vincenzo è notevole e numerosissime sono le attività di cui è promotore o compartecipe. E’ un tycoon e si caratterizza per avere, oltre che un’innata indole imprenditoriale, i connotati dell’uomo sensibile alla cultura, all’estetica e una condotta imprenditoriale che, assieme al ritorno economico, giovi ad un miglioramento della comunità. Moderno ed al passo con i tempi, intravede grandi potenzialità nel settore tessile investendo in cotonifici. Ed ancora, investe ed ottiene successo co-fondando la compagnia di navigazione "Società dei battelli a vapore siciliani", insieme a numerosi altri esponenti dell'aristocrazia siciliana.


lunedì 3 giugno 2013

Giuseppe D’Alesi, un eroe sconosciuto

Tanto spazio viene dato alle lotte sanguinose tra i piccoli comuni, alle lotte tra le repubbliche marinare, alle carneficine tra guelfi e ghibellini e poi si parla di sfuggita di quella che potremmo chiamare la madre delle rivoluzioni: la guerra del Vespro del 1282. Mai nessuno parla delle battaglie navali combattute e vinte alle isole Eolie, a Capo d'Orlando, nel golfo Napoli e nelle acque di Malta, dai siciliani contro i francesi, mentre la battaglia della Meloria tra Genova e Pisa è da tutti ricordata. Perché solo la battaglia di Campaldino tra guelfi e ghibellini si ricorda e non la battaglia di Messina contro l'Angiò, battaglia combattuta anche dalle donne, in prima linea sulle mura accanto ai guerrieri? La nostra storia, la storia del regno di Sicilia, come si può notare riempie gran parte del medioevo ed evidenzia, come in Sicilia sia sempre stato forte il sentimento dell'indipendenza, s una vera e propria guerra d’indipendenza dallo straniero.entimento che fa della Sicilia il primo vivaio della nazionalità e dell' “italianità” anche per la nascita della letteratura in volgare. Tutti conoscono Pier Capponi ma chi conosce Gian Luca Squarcialupo che comandò un’insurrezione contro le fazioni feudali che combattendosi tra loro facevano il gioco delle potenze straniere che soggiogavano l’isola? Giuseppe D’Alesi La nostra storia, la storia del regno di Sicilia, come si può notare riempie gran parte del medioevo ed evidenzia, come in Sicilia sia sempre stato forte il sentimento dell'indipendenza, sentimento che fa della Sicilia il primo vivaio della nazionalità e dell' “italianità” anche per la nascita della letteratura in volgare. Gli avvenimenti e le opere che hanno avuto per teatro la nostra terra sono soltanto in piccola parte da noi siciliani valorizzati; è come se noi non volessimo ricordare. Milano, Firenze, Genova, Venezia, Roma, Napoli ricordano la loro storia di comune, di stato, con opere, con memorie, con monumenti. Noi no … a noi piace dimenticare. Ad esempio un episodio importantissimo della storia nostra, è quasi completamente dimenticato. Tutti ricordano e celebrano la congiura di Bedmar a Venezia o la rivolta capitanata da Masaniello a Napoli ma Giuseppe D’Alesi, loro coevo chi lo conosce?

Nativo di Polizzi Generosa (di nome e di fatto) antica città madonita. D’Alesi si era trasferito a Palermo da ragazzo per apprendervi il mestiere di battiloro e si era presto distinto nell'artigianato come nel maneggio delle armi. Era ritenuto una vera autorità fra i popolani, che l'ammiravano per la sua prestanza fisica, per il suo carattere risoluto e leale, per la sua facilità di eloquio e per la sua intelligenza. Fuggito da Palermo nel maggio 1647 dopo i disordini provocati dai caprai di Nino La Pelosa (altro dimenticato!) riparò a Napoli ove conobbe Salvator Rosa e Masaniello. Tornato a Palermo, comunicò agli amici la sua intenzione di organizzare un’insurrezione contro il malgoverno spagnolo. La sera del 12 agosto 1647, si narra che in una stanza appartata di una bettola di via Sant'Antonio, si riunirono i capi della plebe e degli artigiani di Palermo. Erano: D'Alesi, Giacomo Conti, suo compare, Antonino Perello e Matteo Di Liberto, pescatori, Pietro Pertuso lettighiere, Giuseppe Errante, Francesco Daniele e Gian Battista dell'Aquila, conciatori. Si decise d'insorgere per la mattina del 15 La sera del 12 agosto 1647, si narra che in una stanza appartata di una bettola di via Sant'Antonio, si riunirono i capi della plebe e degli artigiani di Palermo. Erano: D'Alesi, Giacomo Conti, suo compare, Antonino Perello e Matteo Di Liberto, pescatori, Pietro Pertuso lettighiere, Giuseppe Errante, Francesco Daniele e Gian Battista dell'Aquila, conciatori.Ma la congiura fu sventata.Giuseppe D’Alesi, avvertito, a sua volta, dei primi arresti, non si perde d’animo, si arma e a capo di un gruppo di fedelissimi si avvia a Palazzo Reale reclamando l’immediato rilascio dei suoi amici già destinati all’impiccagione. Il viceré‚ li fa rimettere in libertà sperando di placare i rivoltosi, ma D'Alesi, nominato dal popolo Capitano Generale, assale le armerie governative e il palazzo Pretorio, arma i suoi uomini, si impadronisce di due cannoni dal baluardo del Tuono, e marcia all'assalto del Palazzo Reale. I soldati spagnoli si difesero coraggiosamente contro la "turba scellerata" come venne definita dai cronisti dell’epoca, evidentemente di parte spagnola. Tra le vittime di questo primo assalto c’è anche il pittore Pietro Novelli, monrealese, amico del D'Alesi, del quale, per fortuna, tante opere ancora rimangono nelle nostre chiese. Il primo scontro finisce con la vittoria dei palermitani. Il vicerè, con la famiglia e il seguito, fugge imbarcandosi su una galera. Al grido di “fuori lo spagnolo!” il Palazzo Reale viene conquistato e i soldati fatti prigionieri. D'Alesi a questo punto (e qui si vede la grande intelligenza del nostro) dava ordine di non distruggere nulla e confermò l'ordine anche per palazzi dei nobili siciliani alleati al viceré‚ e odiati dal popolo. Risparmiò anche la ricca dimora d'un suo personale nemico. I primi atti di D’Alesi, dopo la vittoria, furono rivolti ad assicurare l'ordine e la disciplina in tutta l’sola rimasta senza governo. Furono vietate, pena la galera o la vita, le ruberie, i saccheggi, le uccisioni. La Tavola o Banco Pubblico ( una delle prime banche della penisola) benché rimasta in balia dei rivoltosi, non fu toccata e fu riaperta al pubblico all’indomani della rivolta, il 16 agosto. I nobili e i ricchi borghesi che erano “coraggiosamente” scappati, vista la “civiltà” (da non confondere con quella degli idromassaggi e delle lavastoviglie) di D’Alesi, tornarono ben presto e don Diego Trasmigra, l’inquisitore, decise di affrontare subito la questione recandosi, di persona, a trovarlo. Gli fece molte e interessanti offerte. Ma D’Alesi non abboccò, rifiutò di lasciar tornare il Viceré per trattare, come il Trasmiga assicurava da pari a pari, e invece chiamò in aiuto quali consiglieri i più famosi giuristi di Palermo (Lo Giudice e i Miroldo) e nominò suoi segretari gli avvocati Giuseppe La Montagna e Pietro Milano. Al grande Inquisitore chiese, invece, la scarcerazione di don Francesco Baronio, storico e letterato, detenuto nelle carceri del Sant'Uffizio sotto l'accusa di eresia e di lesa maestà, per avere osato semplicemente rivendicare, a parole, il diritto della Sicilia all'indipendenza dagli spagnoli. Il 18 agosto 1647 nella basilica di San Giuseppe, sotto la presidenza di D’Alesi, si radunarono gl' Inquisitori, i nobili, i rappresentanti della borghesia e i consoli delle corporazioni artigiane, per discutere e approvare il nuovo statuto del regno di Sicilia, promulgato da Giuseppe D'Alesi. Questo statuto, composto da 49 capitoli era veramente rivoluzionario per l’epoca: venivano, si, rispettati i beni dei patrizi, che all’inizio, in verità, si volevano devolvere alla comunità ed alcuni privilegi di carattere morale ma il governo dell'isola, pur mantenendosi come avallante il vicerè spagnolo, passava in mano completamente ai siciliani, ai "nativi del regno". L’esercito, per un terzo spagnolo e per due terzi siciliano sia di mare che di terra, doveva avere ufficiali "regnicoli" e con preferenza palermitani. Gli artigiani avevano diritto ad una loro guardia armata, alla quale era affidata la sorveglianza perpetua e la guardia delle porte della città di Palermo (cosa hanno inventato i leghisti?) . Le corporazioni, inoltre, avevano la possibilità di intervenire nel governo della cosa pubblica tramite una giunta, di sei membri, metà dei quali artigiani e metà patrizi, rappresentanti la proprietà e l'industria terriera. Le corporazioni mantenevano amministrazioni e leggi proprie,che regolavano la produzione e i prezzi e mandavano inoltre propri delegati ai comuni e al fisco con diritto d'intervento in ogni pubblica questione coi loro Capitani e Consoli, insieme con quelli della borghesia professionale, coi "Dottori, Procuratori, Notai, Gentiluomini, Commissari e tutte le altre persone dei quartieri". Era un vero e proprio stato corporativo che distribuiva diritti e responsabilità a tutti cittadini, con un parlamento popolare che doveva governare in accordo col Senato già esistente. I nobili sottoscrissero, anche se non volentieri, presumo. Il clero si congratulò per la saggezza del vincitore, ipocritamente presumo. Trasmiera, l’inquisitore, che doveva firmare per il Viceré de Los Velez, sempre latitante, tergiversava, ma alla fine cedette. Ma Palermo non ha premiato questo suo figlio. La nostra bella città infatti ha come simbolo un “genio” un uomo coronato cui una serpe succhia latte o sangue dal seno, e reca la scritta "Alienos nutrit, suos devorat". (Nutre gli stranieri, mangia i suoi figli) E Palermo divorò questo suo figlio, così come Napoli aveva divorato Masaniello e Roma, Cola di Rienzo. I nobili, infatti, specie dopo aver saputo dell'intenzione di Giuseppe D' Alesi di nominare vicario il marchese di Geraci o il duca di Montalto con l'aiuto (dicono, ma non ho riscontri personali) del cardinale Mazzarino, organizzarono una controrivolta. Grazie a tanto denaro che passò da una tasca all’altra si allearono con il Trasmiera. Furono armati famigli e villani chiamati dai feudi e soprattutto furono sparsi i germi di velenose invidie e calunnie. Qualcuno avvertì D'Alesi. Ma la ormai il veleno della controrivolta era stato assorbito. Giuseppe si guardò attorno ma non vide che adulatori: i nobili lo trattavano come uno dei loro, i popolani gli baciavano le ginocchia. E lui si illuse! All’alba del 22 agosto, Cicco Panza, fedelissimo del D’Alesi, fu ucciso per strada con un colpo d’archibugio. Il fratello del D'Alesi, Francesco, fu inseguito e raggiunto dai soldati di Trasmiera: fu sgozzato e decapitato. A Gian Battista dell'Aquila mentre correva a cavallo, giù per una scalinata, gli uccisero il cavallo, nonostante questo riuscì a raggiungere i vicoli della Conceria e a raggiunger il suo Capitano. Il quartiere si difese disperatamente ma l’inquisitore Trasmiera ed i principi di Trabia, Scordia e Butera col Riggio e col Branciforti (che disponevano di oltre 6000 uomini) circondarono la Conceria, dove sono solo in ottocento resistevano. Giuseppe D’Alesi fugge per un passaggio segreto, che immette nelle fogne, dalle quali si sbocca fuori le mura. Ma uno di quei passaggi è troppo angusto e D’Alesi, di grossa stazza non riesce a passare, ritorna indietro e sbuca presso la scalinata di Santa Maria della Volta, in mezzo ai suoi nemici: fu ucciso. Sgozzato. Decapitato. Ferocemente. Anche Giuseppe Errante a Francesco Daniele furono scovati dai nascondigli e trucidati. Nessuno se lo ricorda D’Alesi … eppure fu più consapevole di Masaniello e di Cola di Rienzo o del successivo Pietro Micca, eroe risorgimentale ed antesig
nano degli odierni kamikaze che di niente arricchiscono le loro lotte se non di morte.

Il primo nucleo statale, la prima potenza civile italica fu in Sicilia, con capitale Siracusa.

La storia d'Italia è la storia di alcune città e regioni italiane ricalcata dalle cronache del Villani, del Compagni, del Malespini, del Guicciardini e via via fino al Muratore,al Sismondi e ai cronisti del Risorgimento. Da Napoli in su! Nessuno pare abbia mai consultato il Fazello, l'Auria, il Serio, il Baronio, il Pirri, il Mongitore, il Di Blasi, l'Amari e il La Lumia. libri, soprattutto quelli scolastici, della Storia d'Italia, sono stati da sempre una raccolta mal coordinata delle cronache di alcune regioni, o peggio, di alcune città o famiglie che avevano avuto parte preponderante in certi episodi, al seguito di un papa o di un sovrano straniero. Manca quasi sempre la storia del popolo. E poiché la coordinazione di queste cronache e la loro riduzione in trattati di storia è stata fatta sempre da scrittori del nord o del centro Italia che conoscevano meglio gli avvenimenti che riguardavano le loro contrade, ne è venuta fuori una storia d’Italia nella quale il mezzogiorno d'Italia e la Sicilia specialmente figurano come teatro di episodi secondari; fanno quasi da contorno alla storia del papato, a quella di Milano, di Venezia, di Genova, di Firenze e di Pisa. In questa storia di regioni e di città che comincia, nelle scuole, con la storia orientale e greca, troviamo Ninive, Babilonia e Cartagine; ma si accenna di sfuggita a Siracusa, Agrigento, Gela, Erice, Lentini, Catana, Zancle, e solo perché alcune di queste città entrarono in guerra con Atene, coi fenici o con i romani. La storia d'Italia piuttosto che dagli etruschi di cui si sa poco o nulla, dovrebbe cominciare dalla Sicilia che, come valore politico nel mondo antico e fino alle guerre puniche contò più di Roma. Il primo nucleo statale, la prima potenza civile italica fu in Sicilia, con capitale Siracusa. Mai si scrive che in quello stesso periodo, c'era in Italia, uno stato siciliano. Si parla appena della conquista della Sicilia da parte degli avventurieri normanni. Che questi erano guerrieri mercenari, valorosi ma incolti e barbari appena latinizzati, che trovarono presso il popolo siciliano una maggiore civiltà, dalla quale rimasero allettati e, a loro volta, conquistati. Nessuno spiega che allora si formò in Sicilia il primo regno italiano, il più importante stato italiano autonomo ben più importante di qualsiasi altro staterello della penisola. Nessuno spiega che attorno alla corte di Palermo gravitò, dal 1130 circa al 1250 la cultura italiana e la politica italiana di cui fu autorevole portavoce Federico II, personaggio, nel bene e nel male, certamente di maggior spessore di Carlomagno. Tutti i libri di testo ad esempio parlano del 1848 come dell'anno delle rivoluzioni, citando i moti di Francia e d'Ungheria, esaltando le 5 giornate di Milano, i moti di Venezia, di Roma, e dei piemontesi e dei toscani. Ma perché nessuno ricorda i siciliani? Perché non si dice che fu Palermo a dare il primo segnale in Europa ? Il dodici gennaio palermitano, esempio unico nella storia, in cui un popolo affigge alle cantonate un proclama di sfida al governo e lo avverte del giorno e del modo in cui la rivoluzione scoppierà e si compirà ? Un corretto manuale di storia dovrebbe invece evidenziare 1'influenza che, specialmente in taluni periodi, esercitò la Sicilia rispetto ad altre regioni. Basta solo pensare che nel decimo secolo dopo Cristo, quando l’Europa era devastata dalle orde barbariche e Bisanzio era ormai una civiltà in dissoluzione, Berlino era solo un borgo selvaggio della marca di Brandenburgo, Vienna la piccola capitale di un ducato, Londra e Parigi città di poco superiori ai centomila abitanti. In Italia soltanto Milano, Pisa e Venezia si salvavano e Roma era solo un borgo la cui potenza era soltanto spirituale. In Sicilia invece, si era affermata la potenza araba, non una dominazione barbara, come qualcuno dei nostri politici oggi potrebbe pensare ma antesignana di quella nuova civiltà che doveva più tardi fiorire e spandersi per l'Europa tutta. Qui, infatti, in Sicilia dalla mescolanza dei retaggi della civiltà greca e romana, con la giovane e agguerrita civiltà araba, si origina e si sviluppa una nuova civiltà. Gli arabi di Sicilia fanno rinascere e coltivano la poesia, reinventano l’architettura, diffondono la matematica, la medicina, l'alchimia (l’odierna chimica). Gli arabi di Sicilia riattivano i commerci prima ancora di Amalfi, di Pisa e di Genova che contro di loro lottarono per accaparrarsi la supremazia commerciale che nel Tirreno per circa due secoli fu in mano della Sicilia. I mercenari normanni, primi crociati per la Chiesa, non erano che rozzi soldati di ventura, ma ebbero un merito e contro la stessa Chiesa: sostituitisi agli emiri mussulmani nell'antico fiorentissimo stato, essi s'incivilirono alla scuola dei vinti e favorirono lo sviluppo già dato da questi alle lettere, alle arti e alle discipline scientifiche. Sotto di loro la Sicilia divenne l'emporio europeo della civiltà, la culla del progresso, la sede di ogni bellezza. Con Federico II, Palermo, diventa sede degl'imperatori; è la prima città d'Italia e di Germania e di tutto l'occidente, e la storia di quel periodo, che si prolunga fino alla battaglia di Tagliacozzo, ruota attorno alla Sicilia. Ma nei libri di storia non se ne parla o quasi!